X Factor non mi ha rotto il cazzo, i musicisti invece sì - be.Beap
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X Factor non mi ha rotto il cazzo, i musicisti invece sì

I talent sarebbero mattatoi dove la musica viene uccisa, musicifici dove la tecnica ha tutti gli onori e dell'arte si è persa ogni traccia?

Intendiamoci, io non sono un musicista, non sono un musicologo o un segaiolo da forum della musica. A dirla fino in fondo non me ne frega un cazzo della musica, perché non me ne frega un cazzo di nessun mezzo di per sé. I mezzi sono asettici e neutri, vale per la musica come per la scrittura e la pittura.

Pensate un po’ se dovessi santificare la scrittura in quanto tale: un mezzo che è stato utilizzato per scrivere capolavori sublimi e le peggiori leggi liberticide che una dittatura si sia mai sognata di poter partorire. Forse allora dovrei santificare la letteratura, eh? Come no, l’arte che ha prodotto nello stesso tempo il Mein Kampf e la Divina Commedia.

Del mezzo non me ne frega un cazzo, capitemi.

Odio i santoni della musica, i puristi, gli assolutisti e gli integralisti.

Purtroppo però, o per fortuna, in mezzo ai musicisti io ci vivo. Ovunque mi giro me li ritrovo davanti, spuntano come funghi, non mi lasciano respirare con i loro giudizi gli uni sugli altri e con i loro discorsi sulla musica svilita e i venduti per il successo e tutte quelle stronzate lì, che loro e i loro adepti riescono a partorire e ripetersi ossessivamente tra loro.

Io di musica non capisco un cazzo, va bene? E per fortuna, sentendo i vostri discorsi.

La musica vi ha salvato la vita, il rock, il punk, lo s(to)ka(zzo). L’attitudine. La scena. I primi dischi che erano meglio. I gloriosi anni di Woodstock.

I fantasmi dei natali passati che non vi rendono lucidi al presente e presenti al futuro.

Tutti a cercarsi un pubblico, fin da quando qualcuno gli ha dato la grazia di metterli su un palco maleodorante e ricoperto di merda in qualche scantinato convertito in locale da qualche eroico autolesionista (lui sì, un romantico eroe).

X Factor è la morte della musica?

La televisione: il paese dei balocchi, gonfio di soldi e di pubblico. Due cose che ogni musicista non ha mai abbastanza, se ne lagna continuamente. I soldi per gli strumenti, i sacrifici, la benzina per andare a suonare, i cachet che a malapena pagano il costo delle prove e degli spostamenti.

Gli eroici che nonostante tutto suonano anche davanti a tre persone a duemila chilometri da casa loro fatti tutti a loro spese.

Va detto, danno la prova di fare quello che fanno indipendentemente dal prezzo che devono pagare. A testa bassa, per amore della loro attività, per amore – quello sì – verso la musica, o per lo meno verso la loro.

Li stimo per questo. Seriamente.

Ma quando la domanda incontra l’offerta? Quando la ricerca di più soldi e di più pubblico incontra chi ha grande disponibilità di entrambi, cosa succede? Succede l’impensabile. Arriva il rifiuto. La negazione. La distorsione della realtà.

Non so se questa reazione nasconda più la paura di fallire, l’invidia per chi ce la fa oppure l’incapacità di adattarsi a un mezzo che non conoscono.

Le prime due sono umane, ma quest’ultima cosa sarebbe la più grave, visto che la musica nella sua storia si è sempre adattata ai contesti sociali e agli spazi fisici che di volta in volta la accoglievano. Non sapersi adattare è la sconfitta più grande, penso, per un musicista. Forse per un artista in generale.

Chi ha capacità di adattamento spesso però viene chiamato venduto. Valli a capire questi qui.

Io ci ho provato a capirli, così mi sono comprato Sky (in realtà Now Tv, dai è uguale) e ho seguito X Factor. Con attenzione, con estrema attenzione.

Dovevo capire cosa ci fosse di mostruoso in quello show tanto chiacchierato che inghiotte la musica e caga fenomeni da baraccone.

E la verità è che ho imparato più da X Factor sulla musica che da tutti i discorsi che mi sono sorbito per anni.

Che cos’è la musica scusate?

Torniamo un secondo indietro. La musica è solo un mezzo. Un mezzo per esprimersi, un mezzo per intrattenere, un mezzo anche per dare fastidio, per contestare. Per raccontare.

Ma è anche una tecnica bellissima.

Non c’è scritto nella pietra che deve essere per forza arte, così come non lo è la fotografia. Certamente se penso alla fotografia di Henri Cartier-Bresson penso alla sua forma artistica, ma il collegamento con l’arte non può essere quanto mai fuori luogo come quando vedo un poliziotto fotografare le automobili coinvolte in un incidente.

E sempre di fotografia si tratta.

La musica, cari stronzetti, non è più santa della fotografia.

Viva X Factor e a morte i musicisti

Mi avevano detto che lì si cerca la tecnica, che i talent come X Factor sono un “musicificio” dove le belle voci di persone vuote e senza contenuti sovrastano il canto di chi ha qualcosa da dire. Dove si fa sfoggio di doti sterili che svuotano e calpestano la musica.

Io invece ho sentito concorrenti con una voce inarrivabile interpretare drammaticamente e in modo coinvolgente pezzi che sarebbero stati giudicati intoccabili da chiunque sano di mente. Li ho visti diventare parte di loro, e X Factor mi ha insegnato che l’interpretazione non è tecnica sterile, è prima di tutto comprensione ed empatia. Poi, solo dopo, è anche tecnica.

Ma ho visto allo stesso modo persone con un dramma interiore sedersi a un pianoforte con un microfono davanti, oppure rappare girando in tondo sul palco, mossi solo da un’urgenza comunicativa che gli bruciava dentro. E ho visto riconosciute e valorizzate tutte le loro doti.

Dovremmo dire una volta per tutte una cosa: abbiamo creato noi il mostro, forse comprensibilmente e anche giustamente, quando abbiamo demonizzato le cover band e le tribute band.

Beninteso, quel tipo di “interpretazione” va davvero condannato. Ma abbiamo instillato l’idea bislacca secondo cui qualsiasi cosa originale, per il solo fatto di essere originale (bisogna poi vedere quanto) era valevole di qualcosa.

Niente di più sbagliato.

Io grazie a X Factor ho capito una cosa. Ed è che preferisco cento volte un grande interprete a una mediocre band che “facciamo pezzi nostri”. A me non me ne frega proprio un cazzo che fai pezzi tuoi, perché non avere niente da dire ma farlo a modo tuo non mi aggiunge proprio nulla amico mio.

Limitati a intrattenermi piuttosto, è un’altro scopo nobile della musica. Fai una cosa per bene, cazzo!

Manuel Agnelli e Lodo traditori

Fedez e Mara Maionchi sono anime svendute al commercio per attitudine e vocazione storica e personale, chiaro, è per questo che a fare incazzare davvero sono Agnelli e Lodo seduti a quel tavolo.

E io godo tantissimo.

«Nasci rockstar, muori giudice ad un talent»
– Lo Stato Sociale

Godo perché è l’abbattimento di un muro, godo perché sono loro due che possono dare di più, da quella posizione, alla musica che sta fuori da lì. Hanno il potere di illuminare alcune distorsioni della musica, di renderle palesi a tutti.

Loro possono mostrare il re nudo.

Possono aiutarci a liberarci da quest’aura sacrale che ha generato dei mostri. Mostri da abbattere, mostri che fanno male a tutto l’ambiente: ai musicisti, ai locali, agli ascoltatori.

Io credo fermamente nella sincerità di Lodo quando ha inciso i versi che ho citato qui sopra. Io lo so, Lodo, che tu sei stato sincero. E per quanto i soldi piacciano a tutti (io li adoro) sono certo che non sono quelli l’unico motivo per cui siedi a quel tavolo.

Hai abbattuto un pezzo di muro, a colpi di fatti. Ma la comunicazione aimé non si fa mai con i soli fatti, perciò io spero davvero, nel mio profondo, di vederti un giorno fare un altro passo e smontare tutto quello che sottindendevano quei versi.

Il successo è un mostro

Lo so che ho parlato di musica, ma era una scusa per parlare del successo. Di musica non capisco un cazzo, ve l’ho detto all’inizio.

Il successo è una materia interessante da studiare, perché si comporta in modo strano, come non te lo aspetteresti. Sembra uno di quei fluidi non newtoniani, quelli che quando li stringi tra le dita di colpo diventano solidi, per poi liquefarsi quando molli la presa.

Quando non ce l’hai e lo insegui sei uno spregevole arrivista per tutti quelli che come te non ce l’hanno e lo vorrebbero; sei una minaccia da schiacciare per chi lo inizia a intravedere e rimani un poveraccio indegno del tempo di chi lo ha già raggiunto.

Mentre lo stai raggiungendo sei un leccaculo per coloro non sono stati al tuo passo e diventi uno da fingere di prendere in considerazione per chi lo ha già.

Ma è dopo che lo hai raggiunto che avviene il miracolo, quando diventi fonte d’ispirazione per chi vuole seguire il tuo percorso e voce autorevole per chi era lì da prima di te, preoccupato che tu gli possa fregare la sedia.

Sembra materia strana ho detto, ma non lo è se paragonato alla libertà e all’indipendenza.

Cose inseguite da molti che possono benissimo coesistere, ma solo in presenza della consapevolezza. La consapevolezza di non essere dei sacerdoti, neppure se si imbraccia una chitarra, e la consapevolezza che non c’è nulla di sacro, nemmeno la musica.

Anzi, soprattutto quella.

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