Viva Saviano. Da vivo, e con la scorta - be.Beap
Chiusura menu principale

Viva Saviano. Da vivo, e con la scorta

Un tentativo di analisi su Roberto Saviano. Bisogna per forza odiarlo o santificarlo, oppure possiamo accettarlo come uomo terreno?

Andrea Lombardi
25 agosto 2018
Viva Saviano. Da vivo, e con la scorta

Difficile per me inquadrarlo. Parliamo di uno scrittore, di un esperto di crimine organizzato e sicuramente anche di un riferimento politico.

Io lo definirei un comunicatore a tutto tondo.

Roberto Saviano è affascinato dal potere della parola in ogni sua forma ed è proprio questo amore per la parola il filo conduttore della sua vita – per lo meno – professionale. Per Saviano se contiene la parola, non importa in che forma, è letteratura.

Forse è questo Saviano. Un artigiano e un devoto della parola, un super professionista della retorica, nell’accezione più nobile.

Non mi viene in mente definizione più calzante per racchiudere tutto ciò di cui si occupa, perché ogni declinazione più specifica sarebbe troppo restrittiva per lui.

Parlare di Saviano è difficile ed è pericoloso. Un po’ come parlare di Salvini o com’era parlare di Berlusconi dieci anni fa. Quando si parla di questi personaggi non c’è spazio per valutarli senza farli coincidere con ciò che rappresentano, così finiscono per scomparire come persone diventando dei segnaposto per le loro posizioni.

Però voglio provare a riflettere su Saviano prescindendo da ciò che rappresenta.

La mia, di posizione, molto spesso è distante dalla sua, ma non voglio aspettare trenta o quaranta anni prima di poterne parlare serenamente e valutarlo con il giusto distacco morale e intellettuale.

Una cosa è la contestazione di un pensiero, tutt’altra invece è la delegittimazione. Così preferisco contestare alcune delle sue idee e deduzioni al posto di infangare Saviano come uomo.

Benintesto che non sto parlando di un santo quindi, ma di una persona che sbaglia ed è fallibile come tutti. E neanche di un martire, perché spesso è lui ad usare la parola che tanto ama come una mazza chiodata, come spesso viene usata contro di lui.

Perché allora prendermi la briga di spendere così tanto tempo per cercare di salvare l’immagine di una persona con cui spesso non sono d’accordo, quando potrei cogliere la ghiotta occasione di accodarmi agli haters raccogliendo consenso facile?

Semplicemente perché mi sono accorto che le stesse cose odiose scritte e dette contro Saviano vengono scritte e dette, nell’estremamente e imparagonabilmente più piccolo mio mondo, contro di me.

Ho iniziato a sperimentare la disgustosa esperienza di essere messo alla gogna pubblica a quindici anni di età, altrettanti anni fa, quindi so bene cosa significa e comprendo i meccanismi di gregge che portano le persone ad insultarti come un cane. Ma non credo che sia il conto in banca gonfio o il girare con la scorta a rendere la sensazione meno spiacevole e soprattutto a giustificarla.

Se è vero che esporsi pubblicamente implica accettarne le conseguenze più truci, non è vero che queste debbano essere anche scusate.

A queste lapidazioni pubbliche poi si rendono partecipi persone insospettabili, padri di famiglia e onesti lavoratori che perdono il lume della ragione e si aizzano l’un l’altro in una guerriglia a senso unico fatta di fango e merda, scherni e frasi sussurrate sgomitando al compare di bevuta.

«L’Italia ha fame di vendetta su chiunque decida di alzarsi su una sedia e raccontare un pezzo di Paese»
– Roberto Saviano

Però è importante rendersi conto che le vere vittime sono sempre loro, gli odiatori, e mai gli odiati.

Ho decine di conoscenti che dieci anni fa tenevano in fresco costose bottiglie di vino da stappare il giorno della morte di Berlusconi. Oggi le stesse persone tengono le stesse bottiglie ancora in fresco e non perché Berlusconi è ancora in vita. Hanno cambiato destinatario, ora sono in attesa che sia Salvini a lasciare questa terra.

Al di là della compassione con la quale si dovrebbe guardare chi festeggia per le disgrazie altrui anziché per i propri traguardi, c’è da dire che quel vino non lo assaggerà mai proprio chi lo tiene in cantina.

Perché dopo Berlusconi c’è Salvini, e dopo di questo ci sarà qualcun altro a guadagnarsi l’attenzione del loro limitatissimo e concentratissimo odio.

Con Saviano non è diverso. Queste mie parole non sono quindi per compiacere chi sta vicino a Saviano o per strizzare l’occhio a una certa parte del mio pubblico.

Al contrario, sono un aiuto che voglio dare alle vittime dell’odio, cioè a coloro che lo fomentano e che lo propagandano.

Scrivo per tutte quelle persone, spesso rispettabili nella vita di tutti giorni, che non sono in grado di resistere al richiamo primitivo e un po’ feticista dell’olezzo della merda, e che non appena ne trovano in grandi concentrazioni vi si gettano dentro a capofitto.

E la inghiottiscono avidamente e a più riprese, attirando tutti i loro compari di nuotate che la ritengono una leccornia da guadagnarsi, quando è solo lo scarto di noi altri.

Il mio messaggio vuole essere chiaro allora: resistete a questa tentazione. Approfondite. Pensate. Cercate aiuto, se da soli non riuscite ad astenervi, ma combattete questo demone che vi consuma da dentro.

Io provo ad aiutarvi, cercando di smontare qualche banalità, e per farlo ho letto Gomorra per la prima volta.

Ho impiegato dodici anni prima di leggere quel libro e alla fine l’ho letto tutto d’un fiato. Certo, avevo spianato il terreno con il film e la serie (che è un capolavoro assoluto), e questo forse mi ha ben predisposto nei confronti del libro, ma il risultato è che l’ho trovato un grande racconto.

Forse non un capolavoro in termini tecnici perché ogni tanto si inceppa, la narrazione rallenta e si perde in qualche elenco troppo lungo di nomi e reati. Ma credetemi è poca cosa nel complesso del libro.

Quel che è certo però è che si tratta di un capolavoro in termini di innovazione.

Mi spiego. La forza che da tutti è stata riconosciuta in Gomorra è la sua capacità di trasformare le noiose pagine giudiziarie in una storia appassionante. Una narrazione avvincente che ha reso i meccanismi della camorra comprensibili al grande pubblico, quando fino a quel momento erano relegati ai saggi per gli addetti ai lavori e nascosti tra le pieghe della cronaca nazionale.

Ma basta volare alti, buttiamoci in piacchiata nella merda.

Gomorra rovina l’immagine di Napoli e dell’Italia

Il libro, il film e la serie televisiva hanno sdoganato i personaggi della malavita napoletana raccontandoli dal loro punto di vista.

Una scelta potente.

E anziché interrogarsi sul perché e il percome della ragione camorrista e della sua esistenza; anziché chiedersi se e quanto sia diverso il loro modo di vivere dal nostro; al posto insomma di soffermarsi su almeno una delle migliaia di domande che potevano scaturire dalla lettura di Gomorra il risultato è stato che qualcuno ha coniato il termine sputtanapoli e ha iniziato a sputare merda su Saviano.

E la merda ha attirato tutte le mosche d’Italia.

«Mica si racconta Napoli. Si sta raccontando un pezzo d’Italia, di mondo»
– Roberto Saviano

Attenzione perché l’accusa principale non è quella di essersi inventato storie inesistenti sulla criminalità napoletana, assolutamente, è quella di averle rese celebri distruggendo l’immagine della città e dell’Italia intera.

E così è nato l’odio verso Saviano, ancora prima che diventasse «una zecca a nostre spese con la scorta pagata da noi» e ancora prima che si sapesse da che parte stava politicamente.

Fu Berlusconi stesso, tra gli altri, da Presidente del Consiglio, a lamentarsi della grande promozione fatta alle organizzazioni criminali dai film e dai i libri sulla mafia, e in particolare da Gomorra.

Come se raccontare i fatti fosse più grave dei fatti stessi e il renderli pubblici anziché contribuire a disinnescarli fosse un mezzo di propaganda contro il proprio Paese. È una posizione quantomeno ingenua per un Governo che ha sempre dichiarato di essere stato il più efficace contro la criminalità organizzata.

Gomorra è un’apologia della camorra

In Gomorra, nel libro quanto nel film e nella serie, lo Stato è solo un’interferenza. Non c’è un personaggio buono a fare da contraltare morale.

Si è completamente immersi in un mondo criminale, dove i camorristi hanno più paura degli altri clan che dei Carabinieri. È una scelta narrativa che ti obbliga a misurarti con le loro vite e con i loro valori, e a domandarti quanto siano distanti dai tuoi.

Ed è anche uno dei motivi per cui il racconto di Gomorra è avvincente, oltre al fatto che una vita d’azione come quella di un criminale non è certo noiosa.

Ma questo non significa fare apologia della criminalità organizzata. Raccontare storie avvincenti è un mezzo per farle conoscere, per impedire che rimangano nell’oblio del “non è un mio problema”. Quello sì, un vero favore ai criminali.

Gomorra è una favoletta piena di menzogne

Se è vero che Gomorra pesca a piene mani dalle carte processuali c’è da dire che alcune storie sembrano troppo precise e “costruite” per essere vere dall’inizio alla fine.

Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione?

Non mi importa. Se i fatti descritti sono reali e se la finzione si limita allo stucco tra un coccio e l’altro di realtà, messo solo per ottenere un manufatto liscio e della forma originaria, a me va bene.

La freddezza di un pezzo di argilla senza forma appartenuto un tempo a un vaso antico e ora poggiato in una teca di un museo è forse più vera della forma dello stesso vaso ricostruito incollandone i pezzi? Io penso il contrario, perché non si è mai visto un coccio di vaso riuscire a contenere olio senza che scappi via, così se la colla e lo stucco servono per ricostruirne la forma e la funzione originaria, ben vengano.

Parlare della camorra fa bene alla camorra

Lo spiega bene Saviano perché, al contrario, è proprio il silenzio sui fatti ad essere humus fertile per i clan. Loro non cercano sostegno, non cercano appoggio da chi non ne fa parte. Vogliono solo farti pensare che non sia un problema tuo.

La mafia siciliana si chiama “cosa nostra” non a caso. È cosa loro, a noi non deve interessare se si ammazzano tra loro, non ci riguarda. Questo è l’ecosistema di cui la criminalità organizzata ha bisogno per prolificare. La rassegnazione. Il disinteresse.

Il problema è che le loro azioni ricadono anche su di noi, e non solo con i proiettili vaganti che rischiamo di pigliarci. Non solo con la droga che noi o i nostri amici o familiari tirano su dal naso o si iniettano in vena. Ma soprattutto con l’economia che piegano al loro volere distruggendo la concorrenza.

Un libro che parla di loro se diventa nazional popolare e induce le persone a pensare che la faccenda in fondo riguarda tutti, crea dei problemi. Ed è proprio quello che ha fatto Gomorra.

«Per me raccontare il male non significa diffondere il male»
– Roberto Saviano

Ecco perché pur non dicendo niente di nuovo e niente che non fosse già stato scritto Saviano è entrato nel mirino dei camorristi: ha generato un interesse pubblico nei loro confronti.

Ed è riuscito a farlo grazie alla forma di Gomorra, non al suo contenuto.

L’interesse pubblico porta le masse a conoscere i nomi e le facce dei latitanti, dei boss. Questa attenzione mediatica li fa diventare appetitosi per la Polizia, che in forza della loro notorietà può chiedere più soldi e uomini per catturarli, sapendo che lo Stato glieli concederà perché l’operazione sarà giustificata da un alto potenziale mediatico. Che si traduce a sua volta in pubblicità e possibilità di carriera anche per i magistrati e ovviamente onori e allori per i politici alla guida del Paese.

È un circolo virtuoso e ci guadagnano tutti, a scapito dei criminali. Per questo Gomorra è una minaccia per loro.

In questo senso l’attività di Saviano, in modo indiretto, ha contribuito a imprimere un colpo nei confronti della camorra, non certo a favorirla.

È curioso che nonostante questo ci sia ancora chi è convinto che Saviano sia un camorrista.

Saviano è un camorrista

A supporto della tesi ci sono almeno due finissime scuole di pensiero.

La prima è banale. Se non fosse stato dentro l’organizzazione non avrebbe potuto saperne così tanto sulla camorra. In realtà le informazioni arrivano in gran parte dai tribunali, come ho già detto infatti è arcinoto che in Gomorra non ci sia nessuna rivelazione inedita e scottante.

La seconda motivazione invece è surreale e deriva dal fatto che Gomorra è uno dei libri più comprati dai criminali stessi, quello più venduto nel carcere di Poggioreale e quello più chiesto in prestito nelle prigioni d’Italia.

Non è difficile spiegare il perché: visto che quel libro parla di loro è naturale che siano i primi a volerlo leggere.

Addirittura uno dei boss descritti nel libro ne ha realizzata un’edizione speciale clandestina, stampata su carta pregiata e con il capitolo che lo descriveva completamente rivisto. Non per levarsi qualche crimine che gli era stato imputato, ci mancherebbe, ma solo per correggere certe interpretazioni e soprattutto per nascondere alcuni suoi interessi economici all’estero, che avrebbero potuto passare agli occhi dei suoi conterranei come una speculazione sulla loro terra.

Non lo ucciderebbero mai per non renderlo un eroe

In terra di camorra il fatto che i morti ammazzati siano degli innocenti è un’ipotesi lontana. La cultura dominante è quella del “si ammazzano tra di loro”, ecco perché una pallottola in faccia è generalmente sintomo di colpevolezza.

Mi ha molto colpito l’intervista di Saviano a Maurizio Prestieri, un super boss pentito e diventato collaboratore di giustizia, che racconta di quando per un segnale errato uccisero un innocente che si trovava per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato. Racconta che la madre del malcapitato fu ospitata in diverse trasmissioni televisive cercando di spiegare che il figlio non era un criminale. Nessuno le credette.

«Non rendiamo la nostra terra la Gomorra di questo Paese»
– Don Peppe

Un altro di quelli che “non lo uccideranno mai per non renderlo un eroe” fu Don Peppe Diana (peraltro il padre intellettuale dell’uso del nome Gomorra), un parroco assassinato brutalmente in sagrestia perché anche lui, come Saviano, aveva deciso di usare la parola contro la camorra.

Due colpi in testa, uno in faccia, uno al collo e uno alla mano.

Titoli dei giornali “del giorno dopo”: «Don Peppe era un camorrista», «Don Peppe a letto con due donne». Altroché eroe.

Come se poi importasse a qualcuno il fatto che i morti possano diventare degli eroi. Basta leggere l’infinito elenco di magistrati e servitori dello Stato uccisi dalla mafia siciliana e di cui si citano sempre e solo i più noti Falcone e Borsellino per rendersi conto che gli eroi fanno pur sempre meno danni alle mafie da morti che da vivi.

Se avessero voluto ucciderlo sarebbe già morto

Questo di solito viene detto per giustificare il fastidio verso la scorta di Saviano, pagata con quattro spiccioli pubblici.

In questo potrebbe anche esserci un fondo di verità. Come l’agguato a Falcone insegna, non ci sono auto blindate o scorte che tengano.

Però ci sono tre considerazioni fondamentali da fare.

La prima è che se anche nessuno ha deciso finora di riempire di tritolo un intero quartiere o qualche chilometro di autostrada per uccidere Saviano è comunque necessario proteggerlo dal più probabile agguato di qualche sbandato che per emulazione decida privatamente di sparargli in faccia.

La seconda è che potrebbe essere che la scorta semplicemente faccia bene il suo mestiere e quindi nessuno sappia esattamente dove si trovi Saviano di volta in volta e non abbia occasioni per colpirlo.

Ma è la terza considerazione a mettermi i brividi. Perché questa affermazione in realtà ne sottende una ben più grave, e cioè che se è vivo significa che non lo vogliono uccidere davvero, e se non lo vogliono uccidere davvero significa che in fondo non dà poi così fastidio. E se non dà così fastidio allora dice solo stronzate.

Insomma in Italia per essere credibili si deve morire.

E questo lo diceva già Giovanni Falcone, oggi portato sul palmo della mano da tutti ma nei suoi ultimi anni di vita schernito e infangato al pari di Saviano.

«Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere»
– Giovanni Falcone

Falcone fu vittima di un fallito attentato e anziché rallegrarsi i giornali e i giornalisti si domandarono se quella bomba inesplosa non se la fosse messa da solo per farsi pubblicità. Perché in fondo se l’avessero voluto uccidere i mafiosi ci sarebbero riusciti.

Sappiamo tutti com’è finita.

Saviano stima i camorristi

Conoscere un fenomeno e raccontarlo non significa certo stimarlo o condividerlo.

La stessa identica accusa fu fatta, di nuovo, a Giovanni Falcone, come il video qui sopra testimonia.

Non c’è dubbio che Saviano sia quantomeno affascinato dal fenomeno criminale, come lo siamo tutti noi che abbiamo letto il libro e abbiamo visto la serie, come lo è chi ha visto Narcos, altrimenti non avremmo consumato questi contenuti.

Ma questo cosa c’entra con la stima o la collusione?

Riportiamo i fatti al loro valore: Gomorra ha solo creato problemi ai camorristi. Ogni altra valutazione è secondaria.

Gli attori di Gomorra sono camorristi (amici di Saviano)

Tralasciamo il fatto che non penso che Saviano abbia voce in capitolo nella scelta degli attori.

In Gomorra, film e soprattutto serie, hanno lavorato attori professionisti di altissimo livello e dalla fedina penale immacolata.

È successo però che, avendo scelto di ingaggiare anche attori non professionisti napoletani e in qualche caso dei ragazzi molto giovani, alcuni di questi successivamente siano stati implicati in crimini anche di stampo camorristico.

Girare per Gomorra ha dato loro l’alternativa. Non è difficile pensare che molti di questi non l’abbiano voluta – o non siano stati capaci – di sfruttarla e, una volta ritornati ad essere solo dei ragazzi di Scampia siano finiti per diventare dei criminali.

Scusate, ma non eravate tutti d’accordo nel dire, pensando a Berlusconi e Dell’Utri e al loro stalliere poi rivelatosi mafioso, che avere a che fare con tante persone in terra di mafia avrebbe portato prima o poi anche il più onesto a imbattersi in qualche affiliato, se non altro per caso?

Due pesi e due misure?

Sì però Saviano si è arricchito

Buon per lui.

Ci sono tanti giornalisti che rischiano e non hanno la scorta

Vero. O per lo meno verosimile.

Esattamente come per i poliziotti che possono chiedere più soldi se il pesce da prendere è molto in vista anche la scorta la si dà più facilmente a chi fa più rumore sui giornali.

Diamo la scorta anche agli altri, allora.

Invece le interviste ad alcuni giornalisti “che rischiano il culo più di Saviano” (a detta loro) sono solo siparietti pieni di livore di persone frustrate che godrebbero molto più nel vedere Saviano senza scorta che non avendone una propria.

Invidia, becera.

Saviano non merita la scorta pagata con i soldi nostri

Non posso rispondere perché non sta a me fare la valutazione del rischio e non ho informazioni per valutarlo. Posso solo sperare che la scorta gli sia stata data e continui ad essergli garantita non solo per il peso mediatico che ha.

Detto questo la polemica sul costo della scorta pagata con i soldi pubblici è inqualificabile.

Saviano è un copione pluricondannato

Vero. Saviano ha subìto due condanne di cui una recentissima.

La prima è per plagio e riguarda tre articoli di giornale riportati in Gomorra. Due sono stati copiati e inseriti nel libro senza rendere chiaro il fatto che si trattasse di una citazione; uno invece è stato riportato virgolettato, quindi rendendo chiaro che fosse una citazione, ma senza citare la fonte.

L’altra condanna invece è per diffamazione ed è di agosto di quest’anno. Saviano, sempre in Gomorra, avrebbe fatto passare per camorrista un imprenditore in realtà incensurato.

Saviano fa la vittima

Vero. Di certo non si trattiene dal far pesare continuamente la sua condizione di uomo sotto scorta, non libero e vittima delle minacce dei mafiosi.

Poteva aspettarsi questo epilogo prima di pubblicare il libro? Questo forse no, ma di certo ha continuato su quella strada consapevole dei rischi e di tutti i problemi correlati.

«Sì, mi sono pentito. Mi sono pentito di averlo fatto. Che male c’è? Non lo rinnego, ma mi sono strapentito»
– Roberto Saviano

Saviano sputa sentenze dal suo attico di New York

Anche se fosse così fa ridere detto da chi scrive le peggio minchiate dal suo divano Ikea.

Comunque Saviano non è certo Madre Teresa di Calcutta, intendiamoci (e perché dovrebbe esserlo?). Ma riguardo l’attico a New York sembra sia semplicemente una cazzata colossale. Una fake news.

Vero che Saviano se ne sta comodamente al calduccio a parlare, parlare e parlare. Anche a gettare disprezzo sugli altri, se è per questo, ma buon Dio non capisco perché lui attiri tutto questo odio quando la stessa identica cosa la fanno anche gli altri “opinion leader” della sua stessa bandiera.

Salvini è mai salito su un cacciatorpediniere, binocolo alla mano e mimetica indossata, per farseli da solo i respingimenti? Dovrebbe per caso farlo? No? Radical-chic.

Saviano getta odio sui suoi oppositori

Vero. Se non odio, per lo meno usa parole gravi, gonfie di rabbia e di disprezzo.

E quindi?

Posso non condividere molte delle sue battaglie, posso non condividere molte di queste sue parole, ma non posso che pensare che sia libero di esprimerle. E per quanto piene di odio e di rabbia possano sembrare le sue parole non sono niente, niente in confronto a quelle che vengono riservate a lui.

Niente in confronto alla gente che pensa e che scrive di volerlo vedere morto nei peggiori modi immaginabili.

Saviano è un capro espiatorio intellettuale.

È l’unico catalizzatore di odio perché è l’unico capace di comunicare con efficacia dalla sua area politica. Saviano è l’unica vera opposizione in questo preciso momento storico.

E io all’opposizione voglio sempre bene, perché l’opposizione – di qualsiasi orientamento sia – è ciò che rende sana una Repubblica.

Nessuna sua esternazione, per quanto mal di stomaco mi possa causare, mi impedirà mai di pensare che chiunque si voglia occupare di comunicazione riempiendosi la bocca di storytelling non possa fare a meno di leggerlo, di ascoltarlo e di seguirlo.

Viva Saviano. Da vivo, e con la scorta.

I libri di Saviano

Approfondimenti

Altri articoli che ti potrebbero interessare

Censurare le fake news da YouTube?

SkyTg24 realizza un servizio che indaga sull'algoritmo di YouTube, che spesso favorisce video contenenti fake news o tesi complottiste

leggi l'articolo

Il Governo stoppa Netflix: niente film finché sono al cinema

Il Ministro Bonisoli ha firmato un decreto che impedisce di presentare i film in contemporanea al cinema e sulle "piattaforme di streaming" (=Netflix)

leggi l'articolo

Aboliamo il valore legale della laurea?

L'abolizione del valore legale dei titoli di studio è una cosa buona? Come mai Matteo Salvini è tornato a proporre questa eventualità?

leggi l'articolo
Altri 20 canali YouTube italiani che dovresti assolutamente seguire

Altri 20 canali YouTube italiani che dovresti assolutamente seguire

Alcuni per capire il paese, altri per intrattenimento, questi (ulteriori) 20 canali sono un bello spaccato di YouTube Italia

leggi l'articolo
Sulla nostra pelle, da Stefano Cucchi all’Italia intera

Sulla nostra pelle, da Stefano Cucchi all’Italia intera

Non ci sono scuse per non cercare la verità. Non ci sono scuse per lasciare che una battaglia in difesa del diritto diventi uno strumento contro lo Stato

leggi l'articolo
Le verità che sappiamo su quel maledetto ponte

Le verità che sappiamo su quel maledetto ponte

Nessuno aveva realmente previsto il crollo del ponte Morandi di Genova e allo stato attuale non si conoscono le vere cause del cedimento

leggi l'articolo