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Sulla nostra pelle, da Stefano Cucchi all’Italia intera

Non ci sono scuse per non cercare la verità. Non ci sono scuse per lasciare che una battaglia in difesa del diritto diventi uno strumento contro lo Stato

Sulla nostra pelle, da Stefano Cucchi all’Italia intera

Una doverosa premessa

Questa storia di cronaca è stata politicizzata e strumentalizzata dalla sinistra antagonista, che è riuscita a renderla una crociata da centro sociale contro lo Stato e contro le Forze dell’Ordine al grido di “ACAB” e “omicidio di Stato”. Purtroppo nessuno ha arginato questa appropriazione indebita, anzi, la destra italiana si è rivelata ancora una volta bigotta, moralista e in malafede.

C’è un uomo morto in carcere e c’è il sospetto che le lesioni sul cadavere siano state cagionate da uomini delle Forze dell’Ordine.

Anziché pretendere chiarezza ed esigere spiegazioni convincenti, che ad oggi non sono arrivate, la stampa di centro destra è riuscita solo a opporre l’argomentazione che il morto fosse un drogato e uno spacciatore che ha rovinato giovani e famiglie, insistendo sul fatto che la morte fosse avvenuta per l’abuso di stupefacenti. Eventualità smentita dalle perizie.

Pretendere chiarezza su questa vicenda dovrebbe essere la priorità di chiunque abbia a cuore i fondamenti dello Stato di diritto, a prescindere dal giudizio morale sulla vittima, che in questo contesto è un dettaglio insignificante.

Ignorare le istanze di chi giustamente pretende spiegazioni e lasciare che addirittura se ne approprino gruppi politici che della democrazia hanno un’opinione del tutto personale e un rapporto decisamente controverso è una sconfitta per tutti coloro che credono nello Stato e nelle istituzioni democratiche.

Il film su Stefano Cucchi

Difficile guardare On my skin / Sulla mia pelle e vederlo come un film, anche se mi riesce altrettanto difficile chiamarlo documentario, poiché un documentario solitamente esprime un punto di vista compiuto su una vicenda.

Questa pellicola invece è pura cronaca e lascia ben pochi spazi ai punti di vista. È una rappresentazione cinematografica della realtà processuale della vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi; è il racconto dei suoi ultimi sette giorni di vita con le stesse incertezze, gli stessi fatti oggettivi, gli stessi dubbi e le stesse ombre che accompagnano il racconto reale.

«Te com’è che stai conciato così?»
«So cascato dalle scale»
«Quando la smetteremo de raccontà sempre sta stronzata delle scale?»
«Quando le scale smetteranno da menacce»

È un film che ha molto rispetto verso la verità e ha molto rispetto in particolare per la verità processuale. Non è un film da rivoluzionari da divano, non è un film contro le Forze dell’Ordine. Al contrario, è il grido di dolore di uno Stato morente o forse già putrefatto, dilaniato e in preda a crisi isteriche, vittima della bontà o della cattiveria dei singoli individui che lo rappresentano.

Lo Stato. L’entità che tutto racchiude e che tutto organizza e gestisce. In Italia semplicemente non esiste, qui esistono gli Stati, uno per ognuno dei suoi rappresentanti. Non si parlano, e se lo fanno non si capiscono. Raramente si assomigliano tra loro. Quasi mai hanno lo stesso obbiettivo.

Sulla mia pelle è la fotografia di un Paese in cui la giustizia spesso si compie con lo strappo alla regola e l’ingiustizia avviene applicando la legge alla lettera.

È la realtà italiana, quella quotidiana che incontriamo mettendo il piede fuori dalla porta. All’ufficio postale, all’anagrafe, al pronto soccorso e per strada quando ci ferma la stradale.

Piccole cose quotidiane, piccolissime e insignificanti. Le stesse che messe in fila nel modo sbagliato possono portare a una tragedia come quella che ha vissuto Stefano Cucchi. Una tragedia che è tale a prescindere dalla colpevolezza dei Carabinieri. Si tratta di un uomo debole, che non è stato in grado di difendersi dalla legge e dallo Stato e che sotto il loro peso è rimasto ucciso.

Non ci deve stupire perché si sa, le leggi e gli Stati esistono soprattutto per tutelare gli anelli deboli della comunità, ma è esperienza quotidiana, in Italia, che siano proprio i deboli a soccombere per primi sotto la scure del potere.

Cronaca della vicenda Cucchi

Cucchi era un tossicodipendente e probabilmente uno spacciatore. Geometra, 31 anni compiuti da due settimane, lavorava con il padre.

La sera del 15 ottobre 2009 dopo aver cenato con i genitori esce di casa. Poco dopo le 23 i Carabinieri lo fermano mentre spaccia, lo perquisiscono e gli trovano addosso 12 confezioni di hashish e 3 di cocaina, ben impacchettate e presumibilmente pronte per essere vendute.

Ovviamente viene arrestato e portato in caserma, dove con tutto il diritto e i presupposti per ritenere che detenga altre sostanze stupefacenti i Carabinieri dispongono l’immediata perquisizione del suo domicilio. Cucchi però mente e indica come domicilio la casa dei genitori, quando in realtà questi ultimi gli hanno comprato un appartamento dove vive abitualmente e nel quale i genitori stessi troveranno molta droga e la consegneranno spontaneamente ai Carabinieri.

La notte dell’arresto Cucchi entra quindi in casa dei genitori accompagnato dai Carabinieri che eseguono la perquisizione senza trovare altre sostanze. I genitori lo vedono perciò poche ore dopo il fermo di polizia ed è importante sottolineare che in quel momento il figlio era ancora sano e privo di segni di violenza.

La mattina seguente Cucchi viene portato in tribunale e processato per direttissima. In aula si presenta anche il padre e trova il figlio tumefatto in volto e con difficoltà nel camminare. Ingenuamente ritiene che il figlio sia stato picchiato da un altro detenuto, cosa impossibile poiché la notte l’ha trascorsa nella stazione dei Carabinieri e non in carcere.

I vari accertamenti medici poi diranno che Cucchi ha due vertebre rotte e diverse contusioni, soprattutto in faccia.

Il giudice comunque convalida l’arresto e dispone la custodia cautelare in carcere, rinviando l’udienza al mese successivo. Da questo momento passeranno sei giorni in cui le condizioni fisiche di Cucchi peggioreranno di ora in ora, verrà trasferito dal carcere di Regina Coeli a diversi ospedali, prima di essere ritrovato cadavere nel letto del reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Pertini di Roma, il 22 ottobre del 2009.

Qual è la causa della morte?

Ad oggi non si sa. Le sentenze parlano di due possibili alternative: una crisi epilettica, malattia di cui Cucchi soffriva; oppure un arresto cardiaco causato dall’ingrossamento abnorme della vescica avvenuto in seguito ai traumi riportati.

Quale che sia la verità però a me importa molto poco.

La causa del decesso è irrilevante

Che Cucchi sia morto per un attacco epilettico o per un arresto cardiaco conseguente alle lesioni è un dettaglio che interessa alla giustizia e forse agli appassionati di horror, ma che mi lascia completamente indifferente.

Diretta causa di morte o no quelle lesioni esistevano e nessuno le ha messe in dubbio, inoltre stando alla ricostruzione dei fatti sono comparse tra il momento in cui la casa dei genitori è stata perquisita e l’udienza per direttissima del giorno successivo.

In quel lasso di tempo Stefano Cucchi era nelle mani dello Stato – in particolare dei Carabinieri – e anche se non lo avessero ucciso direttamente quelle lesioni sono gravi e inaccettabilmente prive di spiegazioni.

È vero che Cucchi non si è giocato bene le sue carte, rifiutando in diverse occasioni l’aiuto offerto da medici e infermieri e fornendo sempre spiegazioni diverse sulla causa delle sue ferite. Si potrebbe anche pensare che ostacolando le cure abbia avuto un ruolo attivo nel peggioramento delle condizioni che lo hanno portato alla morte, e probabilmente è vero, ma questo non sposta di una virgola la gravità dei fatti.

Il corso della giustizia

Sono stati i Carabinieri oppure no? Il film, come la vicenda reale, ci lascia con il dubbio.

La prima inchiesta ha mandato a processo i medici dell’ospedale in cui Cucchi è morto e le guardie carcerarie. Alla fine dell’iter processuale sono stati tutti assolti perché il fatto non sussiste.

Nel frattempo però è stata avviata una seconda inchiesta, ancora in corso, che vede imputati cinque Carabinieri per lesioni gravi e per aver sottoposto Cucchi a misure restrittive non consentite dalla legge. Nonché per falsa testimonianza e calunnia, dal momento che avrebbero tentato di far ricadere le colpe delle lesioni della vittima sulle guardie carcerarie.

«Per aver fatto il mio dovere e aver testimoniato nel processo perché un giovane Stefano Cucchi è morto perché pestato dai miei colleghi, mi ritrovo a subire un sacco di conseguenze negative»

Contro i Carabinieri (tre dei quali sono stati sospesi dal servizio) ci sarebbero alcune intercettazioni telefoniche ma soprattutto la super testimonianza di due loro colleghi, uno dei quali sostiene di aver ricevuto pressioni e di essere stato demansionato e trasferito in seguito alla sua testimonianza. Sentite bene quello che ha da dire.

L’Italia delle istituzioni

Bisogna uscire dalla vicenda della morte di Cucchi per capire che il film non racconta solo un’Italia dove può accadere che i Carabinieri ti massacrino di botte mentre sei in arresto, ma anche un’Italia schizofrenica dalla burocrazia impazzita più della peggior maionese mai prodotta.

I genitori di Stefano Cucchi tenteranno di andarlo a trovare diverse volte in quei sei giorni di agonia, ma riusciranno a vederlo solo dopo che verrà trovato cadavere e solo grazie a uno strappo alla regola.

Nei vari tentativi di visita troveranno sempre ostacoli diversi, che cambieranno in base al piantone di guardia in quel momento. Una volta gli diranno di tornare in altri giorni e orari, quella successiva che serve un’autorizzazione, quella dopo ancora che quell’autorizzazione non va bene. Un circo senza fine che se non fosse legato a un fatto tragico sarebbe lo spunto perfetto per intere sceneggiature comiche.

Senza contare la magistrale interpretazione di tutti i servitori dello Stato che compongono l’intero spettro delle italianissime possibilità. Si va dai presunti delinquenti in divisa ai nazionalissimi novelli Ponzio Pilato, la cui unica preoccupazione davanti a un detenuto massacrato di botte è quella di trovare testimoni o documenti che attestino che è arrivato lì già picchiato, prima che qualcuno possa chiederne conto a loro. Insomma, fate un po’ quel che vi pare, basta che non mi coinvolgete.

«Senti qua c’ho un ragazzo… si chiama Cucchi Stefano. Non è che c’abbiamo un certificato medico? Che questo sta tutto pesto. No che se no poi va a finì che ce vado de mezzo io»

Ci sono chiaramente anche persone rette e oneste, probabilmente la maggioranza, ma sono schiacciate in un sistema in cui hanno poco margine di manovra e soprattutto in cui non possono agire senza l’aiuto di Cucchi stesso, che invece è remissivo nei confronti di chiunque cerchi di aiutarlo.

Dalla parte dello Stato

Non ci sono scuse per accettare quanto è accaduto. Né la droga, né lo spaccio, né i precedenti penali.

Non ci sono scuse per accettare che quando veniamo fermati dalla Polizia Stradale gli agenti ci urlino in faccia ancora prima di tirare fuori i documenti; non ci sono scuse per accettare che le forze di polizia ci rivolgano domande che hanno il solo scopo di zittire la risposta.

Non ci sono mai scuse per non chiedere verità, giustizia e rispetto da parte di chi amministra la giustizia.

Ma non ci sono neanche scuse per mettere in discussione lo Stato e la necessità del lavoro delle Forze dell’Ordine. Non ci sono scuse per lasciare che chi proietta questo film all’interno di spazi occupati (e quindi rubati) si appropri di una battaglia che nella sua essenza è necessaria per difendere la legge e lo Stato, non per combatterli.

Non ci sono scuse per lasciarli fare sulla nostra pelle.

Il vero Stefano cucchi nella foto segnaletica dopo l’arresto e le condizioni del cadavere

La polemica che accompagna il film

On my skin / Sulla mia pelle è un film prodotto da Netflix ed è il primo che arriva accompagnato da numerose polemiche al punto da essere stato boicottato da parecchi cinema che hanno deciso di non proiettarlo.

La polemica non ha alcuna attinenza con il contenuto della pellicola e riguarda la modalità con cui Netflix ha deciso di distribuirlo: il film è uscito contemporaneamente al cinema e sulla piattaforma Netflix, contravvenendo alla consuetudine che vede i cinema avere un’esclusiva per un determinato periodo di tempo.

«È il primo film che arriva nelle sale non rispettando una regola finora valida per la distribuzione cinematografica, cioè quella di presentare prima i film al cinema e solo in seguito sua altre piattaforme»

Netflix probabilmente vuole imporsi come alternativa al cinema e mettersi in diretta concorrenza con le sale, strategia interessante che sono sicuro potrà essere efficacemente bloccata da qualche nuova leggina europea cucita ad hoc contro Netflix.

Tanto è consuetudine europea ormai quella di bloccare le nuove abitudini dei consumatori in forza di legge. Lo abbiamo già visto con la direttiva sul copyright, con la crociata contro Netflix e quella contro Google, solo per citare le ultime.

Fatemi sapere qui sotto nei commenti cosa pensate della vicenda Cucchi e del film.

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