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Il lavoro è un diritto? No.

La Costituzione si sbaglia quando dice che il lavoro è un diritto, per questo la legge non la rispetta

13 Marzo 2019
Il lavoro è un diritto? No.

Il lavoro è un diritto!

Quante volte abbiamo sentito questo slogan? Magari usato come cavallo di battaglia da alcune formazioni politiche che hanno illuso i loro seguaci.

In effetti di fatto il lavoro non è un diritto, e riflettendoci non potrebbe nemmeno diventarlo.

Ad ogni diritto corrisponde un dovere, ce lo ripetono dalle elementari, perciò se il lavoro fosse un diritto dovrebbe esserci qualcuno con il dovere di fornirlo, il lavoro. Tuttavia questo non accade nemmeno con lo Stato, che quando ha bisogno di lavoratori indice concorsi e bandi; seleziona i candidati e quelli che non hanno sufficienti punti per entrare in graduatoria, semplicemente non vengono assunti.

Se lo Stato è il primo a non avere il dovere di fornire lavoro, figuriamoci quanto possano avercelo i privati. Nessuno può obbligare un imprenditore o un’azienda ad assumere qualcun altro. E ci mancherebbe.

D’altra parte ipotizzare una qualche sorta di “dovere di fornire lavoro” dovrebbe implicare la possibilità di creare lavoro dal nulla, replicando il processo potenzialmente all’infinito, cosa assolutamente inverosimile.

No, a conti fatti l’affermazione “il lavoro è un diritto” non è applicabile nella realtà.

Ma da dove arriva questa errata convinzione?

La Costituzione italiana

L’errore è contenuto nientemeno che nella Costituzione italiana, l’art. 4 infatti recita così:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il primo comma dice esplicitamente e senza ambiguità che il diritto al lavoro è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini. Certo, dice anche che la Repubblica promuove le condizioni che lo rendano effettivo, ma quest’ultima precisazione non sostituisce la prima affermazione.

Non c’è molto spazio di interpretazione, per la Costituzione il lavoro è un diritto. Poche palle.

Diritto che non poteva che essere disatteso dallo Stato, per le semplici e banali ragioni che abbiamo citato all’inizio.

Hanno un bel dire i costituzionalisti (figure sulla cui esistenza dovremmo tutti riflettere, dal momento che la Costituzione è stata scritta per essere chiara e comprensibile “all’uomo comune” senza bisogno che luminari del diritto la “interpretino” per noi) che in quel punto la Costituzione intende qualcosa di diverso da ciò che è scritto.

Certo, come dicono loro è lo Stato che deve promuovere le condizioni affinché ci sia lavoro, ma carta canta e lì è scritto nero su bianco che il lavoro è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini.

Smettiamola di prenderci in giro.

Questo articolo, inverosimile e fuorviante, ha creato danni enormi. Ha fatto credere alle persone, sfruttato ad arte da chi ne aveva tutto l’interesse, che fosse giusto aspettare che il lavoro piovesse dal cielo. E queste persone hanno iniziato a pretendere che lavoro gli venisse dato. Dal nulla.

Ma come dare torto a costoro: un diritto è un diritto.

Peccato che non sia così, il lavoro non è un dirittto. Il lavoro è una conquista, un merito. Il diritto è quello di avere una vita dignitosa, di essere indipendenti economicamente, entrambe cose che con il lavoro c’entrano marginalmente.

Che cos’è il lavoro?

Io penso che sia sempre l’articolo 4 della Costituzione italiana ad avvicinarsi alla migliore definizione di “lavoro”. È tutto scritto nel secondo comma:

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Eccolo qui, il vero senso del lavoro. Non lo stipendio che serve per tirare a campare, ma il progresso. In altre parole potremmo dire il “risolvere problemi”. Il lavoratore è colui che risolve alcuni problemi altrui, che spinge la società oltre, e che per questo percepisce del denaro.

Il denaro, lo stipendio, è la conseguenza dell’aver risolto un problema, non è il fine del lavoro. Al massimo, ne è una naturale conseguenza.

Visto in quest’ottica il reddito di cittadinanza è manna dal cielo, per lo meno nel suo significato ideale (non certo nella sua applicazione pratica). Garantisce il diritto di avere una vita dignitosa e indipendente anche a chi è sprovvisto di lavoro, e ne è sprovvisto proprio perché il lavoro non può essere un diritto.

Bisognerebbe ripartire da questo concetto e riformare, non nella legge ma nella mente degli italiani, il concetto stesso di lavoro, riportandolo a ciò che veramente è.

Solo così potranno levarsi la frustrazione di vedere un loro (non) diritto calpestato. Solo così potranno trovare unità con chi il lavoro lo crea e marciare con loro nella stessa direzione e verso un più alto bene comune.

Verso il progresso della società che la Costituzione stessa ci impone di inseguire.

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