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Cartolina dall’Albania

...con appunti di teatro sociale

10 Ottobre 2015
Cartolina dall’Albania

Era un giorno come tanti, di quelli che iniziano e finiscono. E stop. Di quel giorno ricordo però che ero in rete alla ricerca di un’associazione che potesse “mandarmi a quel paese” per un po’. Ho trovato YearOut, una piccola e giovane ONLUS, un ponte tra Organizzazioni non governative operanti in tutto il mondo e volontari di ogni età che desiderano impegnare il proprio tempo – da due settimane fino a sei mesi – dando un senso ad alcuni di quei tanti giorni che passano senza che sia possibile ricordarne inizio e fine.

Sette sono le destinazioni, molti i progetti. Alla prima occhiata il mio cuore è già a Nairobi ad imparare Kiswahili. Nonostante questo leggo tutto l’InfoPack trovato sul sito. Sono curiosa e faccio il giro di mezzo mondo in dieci minuti: lungo è il soggiorno in Africa, poi volo in India e subito dopo mi innamoro delle tartarughine che nascono sulle spiagge in Costa Rica. Una pagina del file pdf è dedicata all’Albania: per due secondi penso di evitare la visita, è così vicina, poco esotica. Ma due secondi sono solo due secondi.

Il titolo della pagina – è proprio il caso di dire – recita: “TEATRO SOCIALE IN ALBANIA”. Senza troppi sforzi mi intriga. Teatro e cooperazione, azioni teatrali che diventano “un ottimo strumento per rafforzare e consolidare forme di associazionismo giovanile, così come mezzo per promuovere percorsi formativi e interventi creativi per favorire la riconciliazione, l’inclusione sociale e la convivenza pacifica della comunità di Scutari”. Interessante, ma Scutari non so dove sia. Mi rendo conto che dell’Albania so poco. Molto, troppo poco.

Eppure conosco molti albanesi, condivido con loro tante cose, sono i miei vicini di casa, miei compagni di scuola, colleghi, amici. Molti sono in verità miei connazionali. Da anni li sento parlare, tuttavia mi accorgo di non averli mai ascoltati veramente. Pregiudizio o abitudine, forse entrambi, hanno sempre frenato il mio interesse. Pregiudizio e abitudine, due di quei vizi da cui bisogna liberarsi.

Devo colmare alcune lacune: non so dire né ciaograzie in albanese. Che ruolo ha avuto l’Albania nella seconda guerra mondiale? Chi era Enver Hoxha? Nessuno a scuola me l’ha mai insegnato. Lo cerco su internet, trovo un documentario che racconta tutto il secolo scorso in un’ora e mezza. Perché non ho mai chiesto informazioni alle persone albanesi che conosco? La mia esperienza teatrale comincia lì, con una riflessione su me stessa in relazione a ciò che è così vicino, talmente vicino da non riuscire a vederlo.

***

Cos’è il teatro sociale? Questa domanda mi è stata posta più di una volta durante la prima settimana a Shkodër. Non ho trovato spiegazione soddisfacente. Ogni volta che mi sembra di toccare una risposta, questa scoppia, come fanno le bolle di sapone. Come posso dare definizione a qualcosa che, per me, non ha confini? Si possono e si devono definire i modi, i tempi, gli spazi di lavoro, ma non è possibile etichettare quel che di volta in volta accade perché cambiando le persone si modificano gli scopi e le reazioni.

Siamo otto italiani e un turco. In più c’è Besmir, albanese, che è il presidente dell’associazione Dora e Pajtimit oltre che nostro ospite. L’ospitalità tipica albanese è ben esemplificata nella mamma di Besmir che mi ricorda quella meridionale: ti abbraccia e ti stringe e non ti molla più. Dopo una giornata al fiume il gruppo sembra già affiatato, abbiamo la sensazione di essere in Albania già da tempo e siamo pronti per conoscere i bambini di Fermentim, quartiere della periferia industriale di Shkodër. Sono loro i destinatari del progetto di quest’estate e a loro proporremo varie attività per trascorrere le calde mattinate nel loro oratorio.

I bambini ci accolgono con un cerchio di balli nel cortile della chiesa, noi siamo un po’ imbarazzati per l’importanza che ci viene gratuitamente dimostrata. Chissà, saremo all’altezza del compito affidatoci? In realtà non so esattamente quale sia il mio compito qui; ho proposto un laboratorio di costruzione maschere, ma comunicare è difficile e io avrei troppo da dire a riguardo. Vorrei far provare ai bambini che è possibile parlare con il corpo, anche quando ci viene tolta la mimica facciale, ma quando propongo esercizi d movimento in cerchio gli animatori mi guardano come se arrivassi da un altro pianeta. Forse è proprio così. Non sapendo quale fosse il gruppo con cui avrei lavorato, non ho tenuto conto delle loro esigenze. Sento che la traduzione delle mie parole non corrisponde al messaggio che voglio passare e sale la frustrazione perché il mio corpo non dice ciò che vorrei.

***

A Fermentim alcuni bambini sono incontenibili, ti guardano dritto negli occhi e ti sfidano; alcune bambine sono tremendamente riservate, al limite della riverenza. Alcuni, alcune. Come in ogni angolo di mondo ciascuno ha la sua personalità. Quello che cambia è il contesto in cui questa cresce: la famiglia di provenienza, la cultura, la tradizione, le carezze o le cinghiate, la chiesa e la strada, ognuna di queste cose ci influenza e condiziona. Il contesto è determinante per la nostra crescita, che dovrebbe essere lenta, dovrebbe prendersi i suoi spazi e i suoi tempi. Ma qui non c’è tempo, anche i bambini vogliono tutto e subito, non sanno aspettare. Non li biasimo, il mondo in cui viviamo ci richiede una velocità inumana, e forse l’insegnamento più importante oggigiorno è proprio l’attesa.

Attendere non significa restare immobili: l’attesa è carica di energia e l’energia presuppone un movimento. I momenti di stasi possono trasformarsi in vere e proprie rivelazioni.

“Cos’è il teatro sociale?” Dopo due settimane in Albania so per certo che cosa non è: un’azione di teatro sociale non è veloce, né impaziente; non deve mai essere improvvisata. Il teatro sociale non arriva da lontano né si cala dall’alto come risposta ad ogni domanda, piuttosto richiede la creazione di un linguaggio comune ai partecipanti, un proprio comune linguaggio coniato apposta per l’occasione. Il teatro sociale deve poter rispondere alle esigenze di chi vi partecipa, o almeno tenerle in considerazione. Il teatro sociale ha bisogno di un tempo in cui far crescere fiducia e rispetto, i due pilastri di ogni relazione umana.

“Avash, avash” è una parola di origine turca che si traduce in “fare piano”: ripeto ai bambini questa parola lentamente, dolcemente per far sì che il suo significato si moltiplichi attraverso l’intenzione che trasmetto. È una delle parole che preferisco, mi piace il suo suono e mi piace come si combina al suo significato. Avash… è l’insegnamento di cui mi fa dono l’esperienza in Albania nonostante il fatto che qui l’idea di lentezza pare associata a qualcosa di negativo. Lo si vede da come sfrecciano le auto in ogni dove e da come i fili dell’elettricità si intrecciano nel cielo. Lo si vede negli occhi dei bambini a Fermentim… che corrono spalancati verso di te e sono grandi, e sono già grandi.

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