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Andrea Lombardi, con la testa contro muri di cemento

Andrea Lombardi, con la testa contro muri di cemento

La spettacolare vita di Andrea Lombardi (semicit.), intervistato da se stesso perché è un malato di mente

Ho cercato di trattarmi come se fossi qualcun altro, è stato piuttosto difficile e doloroso, ma ho deciso che era un esperimento che per lo meno andava tentato.

Mi rendo conto che nell’accezione comune di intervista sia previsto lo scambio di informazioni tra due persone differenti, e che quella intervistata debba avere per lo meno una qualche funzione pubblicamente riconosciuta dagli altri.

Ho cercato di smontare parzialmente questa convinzione iniziando ad intervistare persone amiche, apparentemente con un lavoro normale e una vita non troppo sotto i riflettori, scoprendo che avevano parecchie cose da dire, forse anche più di molti “artisti” che ho intervistato in passato.

In realtà quasi tutti hanno qualcosa di interessante da dire, ed è questo che voglio dimostrare intervistando persone che normalmente un magazine non penserebbe di intervistare. Il problema sta quasi sempre nel fare le domande giuste, perché se chiedi ad un musicista da quanto suona, a chi si ispira e cosa progetta di fare nel futuro, la vedo molto difficile scoprire qualcosa di interessante.

Ho tentato di applicare lo stesso principio a me stesso, ben sapendo che suonerà da sfigati per molti che leggeranno, ma strafottendomene il cazzo del vostro piccolo giudizio, del resto la scelta che ho fatto nella mia vita, fino ad ora per lo meno, è stata sempre quella di mettere in discussione tutto.

E comunque penso che le interviste vadano fatte a persone che si ritengono importanti in qualche modo, e in qualche modo vi assicuro che io mi ritengo importante per me stesso, altrimenti non sarei vivo. Quindi non vedo perché non intervistarmi.

«Penso che l’intervista sia la nuova forma d’arte. E penso che l’auto-intervista sia l’essenza della creatività. Far domande a te stesso e cercare di trovar delle risposte. Lo scrittore è appunto uno che risponde a una serie di domande non pronunciate.»

– Jim Morrison, Los Angeles, 1969

Di cosa ti occupi?

Me lo chiedono in tanti e quando devo rispondere me lo chiedo anche io. Faccio delle cose che quando mi sveglio la mattina e inizio a lavorare mi viene piuttosto facile e naturale mettere in fila, impacchettarle e organizzarle e poi venderle ai miei clienti, ma quando mi fermo a pensare per descrivere analiticamente il mio lavoro diventa immediatamente piuttosto difficile. Quasi impossibile.

Sostanzialmente mi occupo di trovare il modo migliore per i miei clienti di vendere online i propri servizi, i propri prodotti e in senso lato di vendere il proprio brand, la propria immagine. Questo coinvolge una serie di azioni pratiche che vanno dalla progettazione e realizzazione di un sito web all’impostazione di campagne pubblicitarie, con tutto quello che ci sta nel mezzo.

Lavoro da solo e più che una scelta è stata una necessità, ho provato anche a fare il dipendente ma è durata pochi mesi. Oggi cerco di continuare a mantenere la mia indipendenza nel disperato tentativo di coinvolgere qualcuno di straordinario in quello che faccio, ma è dura perché di persone così ce ne sono poche e tendenzialmente sono umanamente indisponibili. E problematiche. Però ci provo comunque, prima o poi ce la farò.

E questo è il lavoro che hai sempre sognato?

No, assolutamente.

Fondamentalmente per due motivi: il primo è che non mi piace completamente impacchettare bene e vendere cose prodotte da altri e non da me, il secondo è che trovandomi in questa condizione di solitudine professionale non sono in grado di mettermi in una posizione che mi dia una vista completa e di lungo periodo.

È come se il Comandante della nave fosse obbligato a stare costantemente al timone e non potesse occuparsi della sua nave nel complesso. È piuttosto frustrante e credo che non mi stia dando la possibilità di sfruttare al meglio tutte le occasioni, di trovare la rotta migliore.

Detto ciò, è sempre meglio essere il Comandante di una nave dove sono obbligato a reggere il timone, piuttosto che fare il mozzo o il cameriere o anche il marconista sul traghetto di qualcun altro.

Che cos’è be.Beap?

È un esperimento di barca a vela che non ha mai lasciato il porto. Una barchetta di pochi metri dove c’era un equipaggio che man mano nel tempo, se non posso proprio dire che si sia ammutinato, sicuramente ha iniziato a sentire nostalgia della terra ferma e prima o poi ci è tornata. E hanno fatto benissimo, li ringrazio comunque tutti.

In ogni caso non è un lavoro. Mi fanno sempre molto ridere le dinamiche delle webzine che sulla pagina about scrivono chi è il direttore, chi il capo redattore e via dicendo, come se fossero un giornale vero. Non lo siete, nella maggior parte dei casi, e tutti i fotografi e i redattori che “lavorano per xyz.com” non lavorano. Il lavoro è dove si produce ricchezza e per questo si viene pagati, se non funziona così, non è lavoro.

Sembra che tu abbia una concezione molto tradizionalista del lavoro…

Lo stai dicendo veramente? Credo di essere l’esempio vivente, come altre migliaia di persone come me, che il lavoro è cambiato radicalmente negli ultimi decenni, e in particolare negli ultimi dieci anni.

Ho una partita iva e nessuno mi garantisce che domani mangerò, ma nonostante questo non mi sono mai sentito un precario, se non precario come precari siete tutti voi su questa terra. Le mie certezze sul lavoro viaggiano di pari passo con le mie certezze sulla vita, finalmente anche il lavoro è livellato sullo stesso piano di caos di tutti gli altri aspetti dell’esistenza.

Una bella conquista per la mia generazione.

Forse i più “deboli” non reggeranno l’urto perché sono stati cresciuti ed educati da chi faceva parte di un mondo che non esiste più, forse possiamo aiutarli o forse no, ma si chiama selezione naturale ed è crudele e non guarda in faccia a nessuno.

Soprattutto a chi si rifiuta di capire e pretende che tutto torni come prima.

Il tuo percorso di studi è piuttosto travagliato, rimpiangi qualche scelta?

Fino al diploma è andato bene o male tutto secondo i piani standard della società. Pur con alti e bassi, più bassi che alti devo dire, mi sono diplomato in tempo in Elettronica e Telecomunicazione all’ITIS di Dalmine. Poi mi sono iscritto a Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano e per i primi due anni è andato tutto piuttosto bene.

Dopodiché ho iniziato a fare questo lavoro, ho capito che non avrei voluto lavorare per tutta la vita diventando l’esperto di quella particolare molla dei carrelli di atterraggio -e solo di quella-, e ho progressivamente lasciato gli studi per dedicarmi interamente a questo.

Rimpiango di aver mollato progressivamente, perché tornando indietro so che avrei dovuto prendere subito una decisione netta e darci un taglio.

È uno di quegli atteggiamenti umani che oggi detesto e contro cui combatto: l’incapacità di prendere una decisione che dia un taglio con il passato, per cose che in fondo sappiamo che non ci vanno bene. O per lo meno quando ci accorgiamo che ci sono alternative che potrebbero andare meglio. È naturale aver paura di rivoluzionare tutto, ma la chiave è ricordarsi che tra poco moriamo ed è sempre meglio fare un salto nel vuoto piuttosto che trascinare cose che non sono quelle che vogliamo veramente.

Tanto prima o poi esplodono lo stesso, tanto vale fare la prima mossa e non farsi trovare impreparati dopo.

Il primo passo comunque è capirlo, smettere di mentire a se stessi e prendere coscienza del problema. Già questo è un ostacolo enorme.

Rinunciare alla laurea non pensi ti abbia danneggiato?

Non credo, per lo meno non nello stesso senso in cui lo intenderebbe mia madre. Ripeto, mi ha danneggiato temporeggiare.

Il Politecnico comunque mi ha dato molto, per esempio mi ha insegnato a lavorare ogni giorno per più di dieci ore di fila mettendoci pure due ore e mezza per arrivare lì e altre due ore per tornare a casa. E in tutto ciò trovavo anche la forza per uscire ogni sera a bere una birra.

E poi mi ha spiegato che non poteva essere quello lì il mio lavoro, cosa per cui lo ringrazierò infinitamente per l’eternità.

Sgobbare ogni giorno per tutte quelle ore deriva dal mito del lavoro, un po’ alla imprenditore della Brianza?

Per niente.

Ci sono solamente due motivazioni che mi spingono a massacrarmi da mattina a sera sette giorni su sette: non aver ancora raggiunto quella possibilità di avere una visione d’insieme che potrò avere solo quando avrò trovato qualcuno che mi sostenga in quello che faccio, e il non avere sostanzialmente alternative.

Oggi per esempio è Pasqua, quasi tutti hanno di meglio da fare mentre io ho saltato il pranzo, ma sono davvero convinto che quel di meglio sia effettivamente meglio. Io questo meglio in questo istante non ce l’ho, quindi piuttosto che chiudermi in casa a guardare serie tv lavoro per il meglio di un giorno che ancora non è arrivato.

E forse non arriverà mai, però ormai ho capito che bisogna saper aspettare, ma ho anche capito che aspettare non basta. Niente si sistema da sé.

Intervistando molte persone mi sono reso conto che il periodo dell’infanzia ha influenzato il loro futuro, com’eri alle elementari?

Abitavo in un paesucolo del culo che non era il mio: Suisio. Un postaccio di merda dove tutti i miei compagni di classe erano imparentati tra di loro e per anni hanno boicottato le mie feste di compleanno, essendo io lo straniero.

Non so dire se mi abbia pesato, in realtà non credo, dal momento che era semplicemente la normalità.

Comunque ho avuto la fortuna di avere un padre che lavorava in HP -prima in Olivetti e poi in HP- e quindi c’è sempre stato più di un computer in casa mia.

Quando ho iniziato ad usarlo c’era solo il DOS e si faceva tutto via linea di comando, Windows è arrivato dopo. Sì, avevo Windows 3.11 ricordo, ma era un’applicazione del DOS e non un vero sistema operativo, e comunque lo usavo poco.

Credo che l’impatto che ha avuto su di me il computer, usato in quel modo anche se principalmente per giocare, abbia influenzato profondamente la struttura dei miei pensieri e forse pure quella del mio cervello.

In un’epoca in cui tutti i miei stronzi di compagni di classe avevano le console da attaccare alla tv, io scrivevo su uno schermo nero con i caratteri bianchi e il mouse forse non ce l’avevo nemmeno. Questo sono convinto che abbia fatto la differenza.

Passavo ore e ore attaccato al computer, inutile che vi dica che internet non ce l’avevo, ma non ce l’aveva quasi nessuno in casa in quegli anni, quindi potreste chiedervi che cazzo ci facessi davanti al monitor per tutto quel tempo. Giocavo, sperimentavo e facevo disastri informatici.

Ti faccio questa domanda: cosa facevi al computer quando, anche se c’era internet, non esisteva Facebook?

Quindi è lì che hai iniziato il percorso che ti ha portato a fare questo lavoro?

No, è stato poco dopo, in terza media, credo fosse il 2001 o forse il 2002. Nel frattempo da Suisio ci eravamo trasferiti a Dalmine, che al confronto sembrava una metropoli americana.

Così ho fatto la prima media a Suisio e le altre due classi a Dalmine, in quella che più che una scuola sembrava una casa circondariale per minori. Lì ho capito che potevo smettere di studiare, tanto i miei professori non mi hanno mai chiesto di vedere i compiti che assegnavano.

Un aneddoto simpatico è che una delle persone che tutt’oggi fa parte della mia vita ha fatto il percorso inverso: prima media a Dalmine e i successivi due anni in un’altra scuola, e io sono arrivato in seconda media esattamente nella classe che lei aveva appena lasciato. Ma il destino è curioso e ci saremmo incontrati comunque qualche anno dopo, parlo di Francesca Zigrino che tra le altre cose ho intervistato non molto tempo fa.

In terza media il mio professore di tecnica, un caprone ignorante e oggi lo posso dire, mi aveva inserito tra le fila degli studenti-ritardati, cercando di far firmare a mio padre un documento dove lo informava che ero stupido e che per questo motivo potevo raggiungere la sufficienza semplicemente raggiungendo degli “obiettivi minimi”, tipo capire che cosa fosse un chiodo e saper distinguere un pezzo di legno da un martello.

Nello stesso anno abbiamo iniziato a fare l’ora di informatica, dove il mio professore di musica, che invece ricordo con un po’ più di stima, ci ha insegnato a comporre delle piccole pagine in HTML. Una cosa che non avevo mai fatto, ma l’ho subito trovata interessante, perché del mio rapporto con l’informatica ve ne ho già parlato, ma l’altra cosa che mi affascinava è sempre stata l’editoria, e in particolar modo le riviste.

Le riviste erano una specie di finestra sulla realtà, graficamente belle e piene di informazioni aggiornate, e poi erano profumate. Ricordo che da bambino avevo creato due o tre “quaderni di tutto un po’”, che erano dei quaderni che cercavo di riempire di informazioni tipo ricette o informazioni geografiche di alcune città, disegni e altre mie stronzate. Credo che fino alla fine delle superiori questa passione per me sia stata quasi inconsapevole, sub cutanea diciamo.

Comunque i miei professori, resisi ormai conto che ero un ritardato e che dopo le medie avrei dovuto fare una scuola professionale per i due anni di obbligo, come avevano insistito affinché facessi, all’esame di terza media mi hanno chiesto di creare una paginetta HTML anziché chiedermi del Leopardi come facevano con i normodotati. Quelli che oggi lavorano alla Lidl insomma.

Li ringrazio per due motivi: il primo è che probabilmente del Leopardi non sapevo davvero un cazzo, visto che non essendo loro in grado di fare il loro lavoro neppure secondo gli “obiettivi minimi” non mi avevano obbligato a studiarlo, e il secondo è che grazie a tutta questa enfasi sull’HTML due anni dopo ho realizzato quello che è diventato quasi subito uno dei due siti web di riferimento nazionale per gli aeromodellisti. Una delle poche cose che fino ad oggi posso dire di aver concluso con certificato successo.

E da quella è iniziato davvero tutto.

Di cosa si trattava?

Era un sito che si chiamava Baricentro, cosa che portava un sacco di gente a chiedermi se fossi di Bari, e questo la dice lunga sulla cultura tecnica nazionale anche tra gli aeromodellisti, a dispetto dei miei obiettivi minimi da raggiungere in tecnica.

Alle medie ho iniziato a fare aeromodellismo con mio padre -il fascino verso l’aeronautica e il volo è una cosa che mi ha sempre accompagnato e che mi rimane anche oggi– e ho messo insieme le tre cose: informatica, editoria e aeromodellismo.

Così ho creato un sito che all’inizio era un sito personale con le foto degli aerei che costruiva mio padre (non ho mai avuto un grande rapporto con il tagliabalsa), e poi è diventata una piazza pubblica, con un forum di 20.000 iscritti e un lavoro che a tutti gli effetti era redazionale, di ricerca di notizie e pubblicazione di articoli di approfondimento tecnici e recensioni di prodotti.

Nel 2006, non ancora diciottenne, le riviste di settore -quelle cartacee intendo- mi pubblicavano gratis uno spazio pubblicitario in cambio di un banner sul mio sito, e tutte le più importanti manifestazioni e fiere nazionali mi invitavano con uno stand.

È stato un bel periodo e mi sono sentito uno dei protagonisti di quell’epoca in quel settore. Credo di esserlo stato, in fondo c’erano solo due siti di riferimento nazionale e uno era il mio.

Quindi eri una star, ti hanno accolto bene?

Come ho detto mi invitavano alle fiere e alle manifestazioni e mi pubblicavano gratis la pubblicità sulle riviste, ma non è stato per niente tutto rose e fiori.

Avevo pestato i piedi a qualcuno, qualcuno di più vecchio di me e che aveva degli interessi in quel settore. L’altro sito di riferimento nazionale, che oggi sopravvive, esisteva da più tempo del mio ed era stato creato da qualcuno che aveva il doppio della mia età. Per lo meno anagraficamente.

Ho minacciato l’impero di questa persona e per questo motivo sono stato per anni oggetto di offese, insulti anche molto pesanti e scherno da parte sua e di quelli della sua cricca. Ero il bambino che gli aveva messo i bastoni tra le ruote. Oggi so che lui lavora come riparatore di computer in un negozio di pc, neppure sapevo ne esistessero ancora.

C’è stata una vera e propria faida che è durata per anni, credo tra il 2004 e il 2008, quando poi al secondo anno di università ho deciso di mollare questo progetto.

Credo però che sia stato un altro di quei periodi che mi hanno formato, nel bene e nel male.

Lì ho imparato davvero a gestire le critiche, penso che sia stato in quel momento che è nata la mia vena polemica che le persone con cui ho a che fare quotidianamente conoscono bene.

Prima di quel periodo mi stavano tutti genuinamente simpatici, non riuscivo a provare fastidio vero nei confronti di qualcuno. Dopo è cambiato tutto e ho capito che per ottenere e mantenere qualcosa bisogna saper sopravvivere nella giungla, bisogna combattere ogni giorno e non bisogna mai mollare, costi quello che costi.

Principio che oggi cerco di applicare ogni volta che ritengo ne valga la pena. Quindi poche volte, ma molto dolorose.

Sono stato sul punto di chiudere tutto più di una volta, avrò avuto boh, tra i quindici e i diciassette anni, e quasi ogni giorno c’erano attacchi nei miei confronti, accuse di scopiazzatura, insulti. Nonostante tutto sono andato avanti e ho raggiunto qualche bel risultato, quando poi ho chiuso baracca e burattini è stato semplicemente per mutato interesse, solamente perché ho abbandonato l’aeromodellismo e scoperto la maledizione dell’accoppiamento.

Ma come sei finito dall’aeromodellismo alla musica?

Con la musica devo dire che io non c’entro poi molto.

Da bambino suonavo la batteria, ho fatto credo almeno quattro o cinque anni di scuola di musica, poi ho abbandonato quando mi sono trasferito a Dalmine e verso la fine delle superiori sono venuto in contatto con un’associazione che si chiamava Feedback Music, dove tra l’altro il fato ha voluto che incontrassi quella mia non-compagna delle medie che aveva cambiato classe.

Mi sono iscritto e li aiutavo a gestire la sala prove del Comune, devo dire che per un periodo ho anche cercato di tornare a suonare con qualche amico, ma non è stata una grande idea e i risultati pessimi.

Comunque sono rimasto legato a quel mondo, mi affascina più che l’atto di suonare in sé quello che ci sta dietro e cosa porta le persone a farlo. È così che interpreto questo ambiente, pieno di contraddizioni e di cose che non mi piacciono, ma pieno di persone che effettivamente hanno molto da dire al di là della loro musica. Che già di per sé sarebbe tanto.

Non sono un audiofilo, odio i tecnicismi e i virtuosismi e tutte le cose autoreferenziali di questo ambiente. Però ci sono dentro e mi trovo anche bene, c’è un sacco di alcol e cose che stanno ai margini di tutto, o per lo meno così gli piace pensare, e ogni tanto a me piace fingere di crederci.

Che musica ascolti?

Ma vai a cagare.

Sei una persona annoiata?

Credo che la noia difficilmente trovi spazio nella mia vita. A volte forse c’è, ma dura molto poco. Ci sono cose più brutte della noia comunque.

Tipo?

Il pensare di stare facendo le cose solo per se stessi. È il discorso che ho fatto all’inizio sul Comandante della nave, solo in senso un po’ più ampio.

Cosa ti spaventa?

Non tanto il fallire, quanto il fallire sapendo di non aver fatto tutto quello che era possibile fare, e quindi doveroso fare. Mi è nato da qualche anno questo senso del dovere nei confronti del mondo, che uso per impormi di fare le cose.

Di base sono una persona svogliata, pigra e refrattaria agli obblighi e alle scadenze, ma c’è questo senso del dovere che mi salva e non so ancora dirti da dove sia saltato fuori.

Riassumendo potrei dire che sono piuttosto abituato alla sofferenza provocata dall’inseguire cose che sono fuori dalla mia portata e che probabilmente non otterrò. Posso sbattere la testa contro il muro tutto il giorno anche tutti i giorni, se penso che sia necessario e che ne valga la pena, prima o poi so che si romperà il muro oppure il mio cranio, e nella maggior parte dei casi si rompe proprio quest’ultimo.

Ma è sempre meglio che fingere che quel muro non esista e che dietro non ci sia quello a cui voglio arrivare. Girare intorno ai problemi non mi ha mai portato granché, tanto una parte del cervello penserà sempre a quel muro e mi impedirà comunque di concentrarmi pienamente sul resto.

Comunque quando vado a dormire anche se sanguino e vorrei morire so che il giorno dopo ricomincerò da dove avevo lasciato il giorno prima.

A volte è una sensazione che vacilla, ma devo dire che per ora funziona.

Non è frustrante?

Parecchio. Ma è sempre una questione di scelte, potrei decidere di ignorare quello che voglio perché sta dietro a un muro di cemento armato, ma sarebbe comunque frustrante in un altro senso.

Ammiro e invidio, e lo dico senza ironia, chi ha la capacità di accettare i limiti che si trova di fronte ed è in grado di effettuare la scelta biologicamente orientata alla sopravvivenza e alla conservazione della specie. Io questa capacità, purtroppo, non ce l’ho mai avuta.

I piccoli problemi li faccio crescere apposta per portarli ad una dimensione che mi consenta di affrontarli, nel tentativo di risolverli. A volte però questo meccanismo mi sfugge di mano.

Potrei limitarmi ad ignorarli finché sono piccoli, ma sono sempre i piccoli dettagli che mi danno più fastidio e non mi fanno dormire la notte.

Che rapporto hai con gli altri?

Complesso.

Penso di avere un’altissima capacità di concentrazione ma è estremamente direzionale e concentrata.

La mia attenzione si deve dividere tra alcune cose che percepisco come molto importanti e urgenti, non parlo solo di persone ma anche del lavoro, per dire.

Per questo ho tendenzialmente delle relazioni molto strette con pochissime persone, pochissime, sui cui però mi concentro molto.

Ho diversi amici, anche tanti, con cui posso trovarmi a bere birra, vino e fare del sano bordello. E mi diverto e lo faccio, e li vedo con costanza e certamente gli voglio bene, ma non avranno mai la stessa attenzione che dedico ad altre cose o ad altre persone.

Non li metto su un piano più basso, ma su un piano semplicemente diverso.

L’equilibrio è complesso da trovare, perché credo che questo concentrarmi su pochi alla volta crei in chi è vittima della mia attenzione un po’ di timore, forse un po’ di diffidenza e in cambio ottengo di solito una sensazione di sfuggevolezza e di instabilità che mi impedisce di vivere con leggerezza anche quello che vorrei vivere con leggerezza.

Non so se mi spiego, non credo, non basterebbe un’intervista a parte.

Non mi sembri il tipo che cerca stabilità

In verità ti sbagli. Non ho pregiudizi nei confronti della stabilità tanto quanto non ne ho nei confronti della precarietà.

Non cambio mai le cose tanto per cambiarle, solo perché sono diventate vecchie. Non mi spaventa la routine, le cose non mi stufano solo perché si ripetono nel tempo, a dispetto di quello che potrebbe sembrare.

Le cose mi stufano quando smettono di aggiungere valore alla mia vita quotidiana.

In realtà penso che ci siano cose che ripetendosi costantemente nel tempo, se funzionassero come dovrebbero, porterebbero ogni giorno sempre più valore. Valore che non potrebbe mai essere paragonato a quello che mi porterebbero cose nuove, se le cambiassi soltanto per il gusto del cambiamento.

Quindi in un certo senso sì, cerco anche io stabilità. Ma a modo mio, e cioè senza dover scendere a dei compromessi troppo grandi, solo per poter dire di avere qualcosa di stabile. Questo sì che mi sembrerebbe un crimine.

Che debba fare una cosa che non voglio per un giorno o per cento giorni, mi fa girare il cazzo ogni mattina allo stesso identico modo e la vorrei togliere di mezzo ancor prima di farla la prima volta.

La mia è un’intolleranza assoluta verso tutto quello che non mi soddisfa, non riguarda per niente il senso di sentirsi in gabbia perché la routine ti uccide. Se la routine ti uccide non è la routine il problema, è che quella routine è sbagliata per te. Trovane un’altra.

Non è forse routine alzarsi ogni mattina e sapere di andare in un posto che non si è mai visto e parlare con persone con cui non si ha mai parlato di cose che ancora non si conoscono?

È routine anche quella, fidatevi, provate a fare il consulente per un po’ e poi ditemi. Solo che magari è una routine che a me va bene e a qualcun altro no.

Cerco un equilibrio anche io, come tutti gli altri, solo che il percorso per arrivarci si è rivelato solo un po’ più difficile del previsto. Forse solamente perché io sono meno capace di altri.

Sei una persona sola?

Fondamentalmente, nonostante tutto, sì. È sempre una questione di scelte per cui non mi lamento con nessuno, può pesare ogni tanto ma alle volte è il male minore.

Non bisognerebbe averne paura, anzi bisognerebbe aver più paura della paura della solitudine. Credo che stia meglio chi è da solo ma sa chi e che cosa vuole, che chi non è solo ma non si ricorda nemmeno più perché non è da solo.

Ti ritieni fortunato?

Di più. Non solo sono fortunato, sono un privilegiato.

Sono entrato in ambienti che mi hanno permesso di entrare in altri ambienti, che a loro volta mi hanno permesso di entrare in altri… e via dicendo. E oggi mi mantengo, e discretamente bene, grazie a questo.

Forse in questo caso ho saputo cavalcare bene le possibilità che ho avuto, fatto sta che difficilmente ci sarei arrivato senza la fortuna iniziale, che poi ho saputo trasformare in privilegio per mantenerla nel tempo.

Però dobbiamo intenderci sul significato dell’essere fortunati. Perché ho avuto la fortuna di avere occasioni che poi ho trasformato in privilegi, ma dall’altra parte sono tutt’altro che fortunato, perché quel poco che ho raggiunto, sia anche solo l’indipendenza economica, me lo sono dovuto sudare e sudare parecchio.

Non mi arriva quasi mai nulla dall’alto, e devo sputare sangue per raggiungere dei risultati, di qualsiasi tipo, anche economici se la vogliamo mettere su questo piano. La mia fortuna sta solo nell’inciampare in occasioni.

Non trovi che farsi un’auto intervista sia un segno di narcisismo?

Può anche essere, ma non me ne frega un cazzo.

Anzi, ti dirò di più, be.Beap stesso e il mio profilo Facebook sono certamente espressioni di narcisismo e di costante ricerca di attenzione. Non vedo perché dovrei nasconderlo, con tutto quello che ti ho già detto.

Comunque se si è auto-intervistato Paolo Sizzi, quello del “Salut Lombardia” che teorizzava l’esistenza della razza lombarda, direi che posso farlo pure io.

Non ho poi meno problemi mentali di lui, solo che li esprimo in modo diverso.

Va bene, ma in ogni caso non sei certo il Jim Morrison de noartri

La citazione su Jim Morrison l’ho messa solo per grattare un po’ la patina di sfigato che attornia un’operazione del genere, ovvio che in realtà non abbia fatto altro che rinforzarla, e la cosa mi diverte pure.

Ma, vedi, alle medie mi ritenevano un ritardato e mi dicevano che al massimo avrei potuto fare l’idraulico entro i quattordici anni (con tutto il rispetto che ho per gli idraulici, ben inteso). Quando ho aperto Baricentro mi hanno tirato addosso di tutto, dicendomi anche cose peggiori. Oggi non ho ancora compiuto ventinove anni, dimostro meno anni di quelli che ho e in alcune situazioni per questo motivo la gente tende a non prendermi troppo sul serio.

Assecondo sempre tutti quelli che hanno qualche dubbio su di me o che anche mi attribuiscono meno virtù e capacità di quelle che penso di avere, sempre a patto che siano in buona fede, perché alla fine ho imparato che non si possono combattere le parole se non con i risultati. E cerco di fare in modo che la mia risposta arrivi da quelli.

Quindi perché questa pagliacciata dell’auto intervista?

Ho fatto molte interviste ultimamente. Sono uno dei format che preferisco, un po’ perché credo di essere in grado di inquadrare le persone velocemente e di portarle a parlare di cose su cui hanno molto da dire, un po’ perché sono un grande strumento di indagine.

Ma quando intervisto qualcuno il mio compito è quello di farlo parlare, non di avere un dialogo con lui e di spiegargli come la penso su quello che sta dicendo, anche se molte volte mi sarebbe piaciuto farlo. Non devo fare niente di più che da tramite tra i suoi pensieri e chi li leggerà.

Questo è molto avvincente, anche perché di solito sono persone molto interessanti, ma ora ho sentito il bisogno di esternare alcune cose, che non credo nessuno mi avrebbe chiesto.

Perciò le ho volute dire io, senza che nessuno si scomodasse a chiedermi nulla e la scusa dell’intervista mi sembrava semplicemente un buon modo per dirle, sempre più leggero di un’autobiografia no? Quella sì che sarebbe stata pretenziosa.

Hai detto tutto?

Ma va.

E cosa manca?

Cazzo ne so, se ti interessa tanto, chiedi.

16 aprile 2017
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