Alice in Shameland

Qualche motivo per boicottare un disastro che con Alice nel paese delle meraviglie centra ben poco
Alice in Shameland

“Ma ti rivelo un segreto: tutti i migliori sono matti.”
Alice in Wonderland

Boicottiamo!

Dobbiamo prepararci in maniera adeguata all'uscita del secondo capitolo di Alice in Wonderland, Alice attraverso lo specchio, prevista per il 25 maggio 2016. Giusto per decidere consapevolmente di boicottarlo.
Se vi state chiedendo quale bisogno ci sia, vi ricordo che questo sequel viene proposto molto probabilmente sull'onda del “successo” del primo, che ha incassato circa 1.025.467.110 di dollari, partendo da un budget di 2.000.000.

E io mi chiedo come cazzo sia possibile, perché se ci penso conosco veramente poche persone che l’hanno apprezzato (e non riesco a comprenderle), la maggior parte lo ha odiato e conferma la parabola discendente – forse sarebbe più corretto menzionare una discesa libera – del caro e vecchio Tim Burton.

Così, per fugare ogni dubbio che potrà venirci da domani in poi, vi ricordo i motivi che hanno reso Alice in Wonderland un vero disastro.

Una trama decontestualizzata

La prima cosa che si nota, dopo il primo minuto di film, è che non avremo a che fare con una bambina che si aggira tra i propri sogni, ma con un’adolescente che non si trova bene con le norme sociali del suo tempo, e che non riesce a dormire. Paradossale, visto che il libro è basato su un sogno. Eccola, la prima sensazione di tremenda delusione: ci viene tolta la purezza dell’infanzia e la capacità di immaginare, la possibilità di sfruttare la mente di una bambina fantasiosa, perché il mondo delle meraviglie, purtroppo, è reale.

Nei primi dieci minuti già capiamo che questa Alice troppo cresciuta, in realtà è solo una ragazzina non maturata, che dice cose sconvenienti. È fin troppo evidente la prigione in cui viene rinchiusa: il matrimonio combinato, i doveri di una donna all’alba dei vent’anni, il pretendente che è brutto, noioso e anche leggermente ripugnante.

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Alice presa dall’esaurimento, scappa e trova il modo di arrivare a Sottomondo, seguendo il coniglio bianco. È proprio a Sottomondo che, quel che vediamo, supera improvvisamente le nostre aspettative, nel senso che va al di là di quello che avremmo voluto e dovuto denudare. Senza soffermarci troppo sulla trama della storia, Linda Woolverton, la sceneggiatrice, inserisce una serie di creature nuove, come il Ciciacià o il Ciciarampa (che nasce da una poesia nonsense di Carrol).

La cosa più disarmante di tutto questo, mentre cerchiamo di girarci tra Oraculum, giorni Gioigloriosi e spade Bigralace, è che capiamo subito che qua c’è una trama. Una trama? Ma perché? I sogni hanno bisogno di trama? Okay, non deve per forza essere una trasposizione del famoso racconto di Carrol, ma... cosa succede al tentativo di raccontare un sogno se togliamo tutta la profondità onirica che gli appartiene? Rimane sicuramente una quantità di fantasia e immaginazione notevole, ma in questo caso inutili, perché Alice nel Paese delle Meraviglie non aveva bisogno di aggiunte, minestroni, né tanto meno di una trama logica e sequenziale.

I personaggi come debolezze del film

Se tutto questo non bastasse a farci scendere i coglioni, abbiamo ancora i personaggi presentati e interpretati dagli attori-amori del regista:

Johnny Depp è talmente esagerato che risulta quasi irritante.

La Hathaway, per dare corpo al concetto di bontà e purezza, è tanto svampita che merita una serie di padellate in faccia, così, a sfregio.

La cara e dolce Mia a lungo stufa, sebbene sia stata trattata come una rivelazione, con la sua solita faccia sbattuta e il suo lungo mugugnare se è lei Quella Alice o se non lo è.

Ma per par condicio facciamo anche il podio dei personaggi più convincenti.

La Regina di Cuori al terzo posto, ma solo se la prendiamo come la sceneggiatura ce la vuole presentare: una regina che ha preso il potere con la forza e che ha lasciato a macerare l’invidia per la sorella “bella e buona” troppo a lungo. Niente di speciale se consideriamo che la Bonham Carter è brava, e già lo sappiamo, in ruoli come questo, è totalmente nella sua comfort zone.

I primi due posti se li aggiudicano due personaggi digitali: lo Stregatto al secondo posto, che però appare fin troppo saggio e rassicurante paragonato all’originale, mentre al primo sicuramente troviamo La Lepre Marzolina. Per il semplice motivo che è priva di artifici e nei piccoli particolari risulta effettivamente folle, senza un eccessivo risalto a questa condizione mentale.

Lepre Marzolina

La banalità della pazzia e la morte della dimensione onirica

Ed è proprio il tema della pazzia il lato più fastidioso di tutto il film. Talmente esaltato, portato ad una condizione positiva, che diventa baluardo di tanti "scemotteri" che vedono lo squilibrio come valore (riassumibile in “io sono fuori di testa”) e trattano in maniera superficiale un tema che, se trattato con sapienza, potrebbe regalare cose dignitose.
Massimo esponente di questa banalità è il Cappellaio Matto: non si capisce quanto ci è e quanto ci fa, e riesce a far toccare a Tim Burton e a Linda Woolverton il vertice negativo più basso di tutta la storia della cinematografia mondiale, con questa assurdità della DELIRANZA. Ancora ho i brividi se penso a quell’ultima scena vergognosa.

Ma cos’è? Ma è uno scherzo? Ma non vi vergognate di proporci una cosa del genere? Non vi rendete conto di aver tolto dignità a una serie di personaggi che sono entrati nella cultura popolare direttamente dalla porta principale?
Ne sentivamo veramente il bisogno? La risposta non può essere che un definitivo e lapidario NO. Ma questo è ciò che succede quando spogli una storia, di pura illusione e immaginazione, del suo naturale surrealismo.

I personaggi del libro possono risultare effettivamente pazzi solo perché non hanno alcun senso, non sono inseriti in nessun contesto e non hanno niente da “insegnare” ad Alice, o meglio, niente che un sogno non possa insegnare. Risultano anche ambigui, perché risvegliano in noi sensazioni tra la curiosità e l’angoscia e ci fanno sentire effettivamente bambini che hanno paura di un incubo, ma continuano a camminarci dentro, presi dalla fame della scoperta.

Sotto questo punto di vista il cartone della Disney era un esperimento riuscito al 100%, basti ricordare la scena in cui Alice perde il sentiero, che viene cancellato dal cane spazzolone, o la storia delle ostrichette curiose, o la Maratonda. Perle tremendamente suggestive per contenuto e non per mera apparenza.

Nel film di Burton ritroviamo il suo classico stile dark - nemmeno intrigante come sempre, così pieno di artificio digitale – ma limitato solo a una forma assolutamente vuota. Enorme fallimento del famoso regista, che non è riuscito a regalarci invero la sua versione di una delle fiabe più famose di tutti i tempi.

Insomma, non vi bastano tutte queste ragioni per rifiutarvi di andare a vedere al cinema il sequel di questo disastro cinematografico? Decisione vostra. In fondo, se vogliamo vestire la moda, possiamo benissimo accettare che “tutti i migliori sono matti”, tralasciando volutamente il significato della parola pazzia in un contesto come questo.

Pubblicato il 24 maggio 2016
Si parla di Film, Recensioni


Robe con Tim Burton
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