Bachi da Pietra e Bologna violenta @Druso

Report e visioni sconnesse post-concerto al Druso Circus.
Bachi da Pietra e Bologna violenta @Druso

Mi trovo in prima fila, a qualche metro dal palco. Nonostante lo spazio disponibile sembra quasi che nessuno osi avvicinarsi di più. Sopra si vedono pochissimi strumenti: due batterie minimal e un blocco di amplificatori sulla destra. Al centro, le tende rosse del fondale del nuovo Druso sono leggermente aperte, lasciando spazio per un quadrato bianco. Questa sera la proposta è impegnativa, truce e veramente intrigante: Bachi da Pietra alla prima del loro nuovo disco Necroide e Bologna Violenta, ora in duo.

Nicola Manzan è una persona schietta, decisa e ironica. Dall'ultimo nostro incontro, lui come Bologna Violenta, io come ignavo, sono cambiate due cose: io sono preparato e lui è accompagnato dal batterista Alessandro Vagnoni, che in realtà è un cyborg sotto mentite spoglie. Il concerto si apre e si conclude con i video, proiettati in quel piccolo riquadro incorniciato dal rosso acceso delle tende. Sembra quasi la scenetta di un teatrino. Un teatrino che ci porta gioiosamente nelle nefandezze e nelle assurdità del genere umano. Mentre guardiamo, con la stessa coscienza di quando si guarda la tv, il grindcore del duo ci prende a sediate in faccia con il sorriso. Con il passare dei minuti il martellante incalzare diventa culla, diventa unico contenitore possibile di quello a cui stiamo assistendo. Tra i momenti proposti il più intrigante è la storia della banda della Uno Bianca. Un bell'orgoglio italiano. Compro una spilla e la metto sulla giacca a memoria del concerto. Mi viene offerta con molta gentilezza. Nero su bianco si legge “Mi fai schifo.”

Esco con buona parte del locale a prendere aria. Una folata di vento gelido che intirizzisce appena ed è tempo di rientrare; i Bachi da Pietra appaiono, il fondale si è chiuso alle loro spalle, il rosso si è fatto più acceso.

Dalle primissime note del duo ho la forte impressione che non esista per loro nome più azzeccato. La sensazione è quella di trovarsi in una cava di roccia a cielo aperto, deserta. Sui riff granitici l'aria densa di pulviscolo annebbia i polmoni. Ad ogni colpo di timpano la distesa sconnessa riverbera sotto i piedi, ogni passo si fa pesante, maestoso. Ragni, grandi quanto ratti, escono dalle loro tane, scavate a colpi di mandibola nel corso di decadi, e ti si poggiano sul braccio, inoculando il loro veleno con un morso. Nonostante l'orrida visione, non senti dolore, ti sembra tutto perfettamente normale. Man mano il respiro si affanna, la forza del sole ti scioglie e ogni battito cardiaco incalza il successivo. Le sensazioni diventano dubbie, la pietra è l'unica cosa che rimane, certa, fissa, immobile.

Noise acuto e un colpo di piatti.

Riemergo dalle mie visioni in una coltre di fumo, che a malapena mi consente di distinguere Bruno Dorella e Giovanni Succi. Fermi sul palco, nugolo di applausi.

La gente si disperde, la nebbia si dirada e rimane solo buio.

Tinteggiato di rosso.

Pubblicato il 29 ottobre 2015
Si parla di Musica, Live reports


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